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Lo scopo della vita è viverla

Ci siamo mai chiesti quanto tempo dedichiamo alla famiglia, al nostro hobby, alla nostra persona e ai nostri animali domestici?
Poco.
Se nel corso delle ore di fine lavoro, nel fine settimana o sotto l’ombrellone non facciamo altro che pensare alle mail, allo scambio di opinioni con un collega o alle “telefonate urgenti” da fare, non possiamo mai lamentarci dello stress e dell’allontanamento dalla serenità.
Così come negli allenamenti sportivi anche nella vita abbiamo bisogno di pause che non possono essere paragonate al caffè al bar con un collega mentre proseguiamo la conversazione sul lavoro.
La pausa è una interruzione ed è stata determinata dopo le attente valutazioni.
Se non facciamo “riposare” la nostra macchina, dormiremo sonni agitati, non riusciremo mai a cogliere il bello che ci circonda, non riposeremo mai bene e ci allontaneremo sempre più dalla serenità.
Eppure dall’indagine OCSE.Stat. pubblicata ieri emerge che gli italiani lo scorso anno hanno lavorato meno del 2010.
Eh si! Una persona stanca lavora male e meno (e spesso produce meno). Con la nostra condotta non facciamo altro che far male a noi stessi ed agli obiettivi che si intendono perseguire.
Eleanor Roosevelt, nel periodo in cui è stata la first lady degli Stati Uniti d’America, disse: “Lo scopo della vita è viverla, assaporare l’esperienza al massimo, raggiungere con entusiasmo e senza paura un’esperienza più nuova e più ricca“.

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È la salute che conta!

Sebbene solitamente abbiamo perseguito la felicità attraverso relazioni e religione, status, denaro e beni materiali, probabilmente il contributo più duraturo e potente alla nostra felicità è la qualità della nostra salute fisica.
La profonda influenza della salute sulla nostra capacità di essere felici è prontamente dimostrata in due modi: primo, il nostro stato di salute influenza fortemente il modo in cui ci sentiamo; in secondo luogo, la qualità della nostra salute fisica determina i limiti di ciò che possiamo fare.
La ricerca metabolica in evoluzione e le neuroscienze comportamentali offrono spunti ancora più precisi su come la nostra salute fisica regoli direttamente e indirettamente il nostro benessere emotivo.
In ogni momento, i nostri sentimenti e le nostre capacità funzionali sono il prodotto di una complessa interazione di processi che si verificano a livello dei nostri geni e dell’epigenoma , la capacità dei nostri organi e lo stato dei nostri ormoni e neurotrasmettitori.
Anche se le nostre emozioni ed i nostri comportamenti sono conseguenze di questi processi, sono contemporaneamente cause in un circolo vizioso o virtuoso della salute.
Oggi più che mai, sappiamo che la felicità è un gioco interiore, poiché la scienza ci aiuta sempre più con una comprensione crescente del corpo umano, la connessione tra mente, corpo e spirito riconosciuta dai filosofi secoli fa è spiegabile come un’interazione tra i nostri comportamenti e la biologia.

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Muoversi tra le acque agitate

Giorno 1 è arrivato il nuovo autunno meteorologico e per me il primo anniversario da pensionato (con altri amici e colleghi che si sono uniti).
Se pensiamo ad una vita divisa in capitoli, questo è il momento di una nuova sfida dopo il periodo di transizione.
In effetti il primo periodo è quello della conclusione del rapporto nel quale tra impegni burocratici e vecchi legami sembrerebbe che il “cordone ombellicale” non si voglia staccare.
Poi si accede nel periodo di transizione vero e proprio nel quale ci si confronta con la “nuova identità” ed il fragile impegno nella creazione di un’altra con i nuovi limiti che ci fanno temere di non aver raccolto sufficienti esperienze.
Eppure la vita ci guida continuamente verso ciò che dobbiamo imparare; gli errori sono lezioni da portare avanti se crediamo che lo siano. Fermarsi e fare il punto su tutto ciò che si è imparato si rende necessario per facilitare la chiusura e rendere più fluide le transizioni.
Ci sono lezioni importanti sulle relazioni, sui punti di forza, sulle debolezze e sulle passioni incorporate nel corso di una vita di lavoro.
Queste possono essere le nuove fondamenta per il prossimo capitolo; la saggezza personale acquisita può essere la zavorra per tenerci in piedi nelle acque agitate.

Accoglienza: curiosità e novità

Come esseri umani, bramiamo stabilità e novità, ma la varietà ci mantiene incuriositi, chiedendoci e interessati a qualcosa di più.
Da ieri i Prof hanno cominciato il loro anno scolastico e già temono a come dovranno fare l’attribuzione dei posti in classe.
Sinceramente non mi sono posto mai questi quesiti e mi son preoccupato di comprendere le dinamiche del gruppo in cui i componenti scelgono i posti di maggiore gradimento.
Alcuni temono le prime domande dei ragazzi, mentre io ho considerato i loro quesiti come un “test d’ingresso”. Essere curiosi su ciò che si farà nel corso dell’anno è leggittimo ed essere chiaro e trasparente fornisce agli alunni la base per un rapporto duraturo nel tempo.
Sperare che gli alunni più competenti ci parlino di quanto da loro appreso è una speranza vana. Faranno domande su ciò che li incuriosisce e ciò che hanno acquisito lo utilizzeranno soltanto in caso di necessità. Più “bravi” sono e più interesse avranno per le cose nuove, ripetere ciò che sanno è noioso ed è per questo che il gioco fa parte di quel periodo che definiamo “accoglienza” (e non solo).
Si dovrà fare attenzione agli argomenti in quanto gli interessi saranno diversi per ognuno di loro.
La varietà non è solo il sale della vita, è l’aspetto centrale dell’essere un vero studente. Ellen Langer, professoressa di psicologia presso la Harvard University i cui studi sono stati dedicati principalmente alle teorie sulla mindfulness, vale a dire al potere della consapevolezza su benessere psico-fisico, suggerisce di presentare erroneamente i dati con le etichette sbagliate per far lavorare i tuoi studenti attraverso modi alternativi di capire le cose.
Gli studenti spesso riescono ai loro primi tentativi di adattare le loro conoscenze ad ipotesi intriganti.

Buon anno scolastico

L’estate volge al termine ed anche se le condizioni climatiche non sono più quelle che ricordiamo tra pochi giorni tornerà la scuola.
Anche se i miei post sulla didattica sono in netta diminuzione, questo blog è nato qualche anno fa proprio per fornire il mio piccolo contributo ai Colleghi ed acquisire le loro opinioni sugli argomenti trattati.
Non dimentico ciò anche se ritengo che alcune esperienze da me acquisite possono essere diverse dalla scuola che si andrà a vivere con il futuro anno scolastico.
È chiaro che gli ultimi periodi di pandemia con l’alternanza presenza e DAD potranno generare emozioni contrastanti sul rientro a scuola. Alcuni sono impazienti di ritrovare amici e compagni, altri invece si lamenteranno di un periodo di vacanza troppo breve con timori verso le nuove regola a cui andranno incontro.
Anche per i Docenti sarà così poiché vivranno una realtà nuova con altri studenti ed i loro genitori; si confronteranno con nuove classi e nuove sfide con alunni che stavano per abituarsi al ritmo di alzarsi, dare una sciacquata al viso ed accendere il computer. Adesso dovranno fare ritorno alla routine della fila in bagno, alle colazioni veloci (spesso saltate) per vestirsi e controllare se lo zaino è completo, agli ingorghi per strada che fanno arrivare in ritardo.
Sarà comprensibile, quindi, sentirsi un po’ traballanti man mano che ci si avvicina al nuovo anno scolastico.
Per i Docenti sarà probabilmente inevitabile affrontare gli sconvolgimenti emotivi degli alunni per assumere un approccio positivo indirizzato al raggiungimento degli obiettivi.
Si dovrà incoraggiare un dialogo aperto per mostrare le difficoltà rappresentate da questo rientro e manifestare quella sicurezza che fornisce serenità; si dovranno percepire le risposte del corpo ed ovviare le difficoltà sorte con quelle condotte utili allo scopo (andare a letto prima, conciliare il gioco con lo studio, assumere cibi che appaghino il fabbisogno energetico senza creare pesantezza e cose simili).
Ciò che sarà indispensabile rimarrà la curiosità di affrontare le nuove sfide in un ambiente sereno.
Buon anno scolastico.

Vivere consapevolmente

Un mese fa, nel mio ultimo post sul cammino verso la serenità, ho scritto che “è una condizione emotiva individuale caratterizzata, a livello interiore ed esteriore, da tranquillità e calma non solo apparente; un equilibrio psico-fisico che va ricercato in più aspetti della vita quotidiana”.
Da “diversamente giovani” non possiamo soffermarci sulle belle esperienze passate, ma dobbiamo soffermarci su quanto è reale. È inutile che io pensi a quanto saltavo a quindici anni o alle cose che riuscivo a svolgere in un baleno fino a qualche anno fa: debbo accettare la mia condizione attuale e viverla momento per momento.
Ovviamente io ho parlato di alcuni dei miei bei ricordi che non sono quelli degli altri e ho fatto riferimento alla mia età che non sarà proprio quella dei visitatori del blog, è per questo che ognuno di noi deve intraprendere il proprio percorso.
Se da giovane preferivo ballare il rock o altro, adesso debbo rendermi conto che se desidero passare una serata danzante mi debbo soffermare su qualche lento e sull’ascolto della bella musica proposta.
Coloro che smarriscono il percorso verso la serenità, fissando i propri desideri su ciò che non riusciranno a fare rimarranno delusi.
Ritrovare i vecchi hobbies e provare a proseguirli non basandosi su ciò che non si potrà fare, ma su quello che si può con le nuove esperienze acquisite.
Provare una varietà di cose nuove permette di scoprire talenti e passioni interiori che non sono mai state coltivate bene per mancanza di tempo o altro
C’è una ragione per cui un numero sempre maggiore di persone si rivolgono allo yoga e alla meditazione , e non è solo per i benefici per la salute. Queste pratiche permettono di imparare a raggiungere l’inconscio in modi che altrimenti non sarebbe possibile raggiungere.
Meditazione, consapevolezza, Chi Gong, Yoga, Tai Chi, Tai Kwan Do: sono tutti modi per accedere all’inconscio in uno spazio sicuro e senza fretta, uno spazio in cui ci si può connettere ed ascoltare la propria voce interiore senza l’interruzione del mondo esterno .

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A nanna dopo Carosello

Nell’ultimo post in cui ho scritto sulla didattica ho manifestato il proposito di scrivere meno su questi argomenti (anche se il post è nato principalmente per questo) in quanto ho avvertito un allontanamento tra il mio bagaglio di conoscenze e le nuove esigenze didattiche.
Nell’ultimo periodo in servizio ho notato che gli alunni giungono a lezione assonnati, stanchi, distratti e spesso demotivati.
È chiaro che il connubio tra scuola e famiglia è necessario per prendere in esame le difficoltà che sorgono in questa fase importante per la formazione degli alunni.
A mio parere la figura dello psicologo assume una posizione importante per fornire un contributo in una delicata fase della crescita in quanto, pur condividendo l’interesse verso l’adolescente come famiglia e scuola, può apprezzarlo da un punto di vista diverso, maggiormente idoneo a risolvere le difficoltà.
“A nanna dopo Carosello” è la frase che io e molti miei coetanei ci sentivamo ripetere alle 21:00 dopo l’ora di cena. Si discuteva poco su questo in quanto le regole non erano solo quelle date dai nostri genitori, ma molto comuni tra i papà e mamme di quel periodo.
Anche se quelle variazioni dei ritmi circadiani vissuti nell’adolescenza erano presenti anche nei giovani dell’epoca, le soluzioni erano a portata di mano: era sufficiente per i genitori invitare i figli ad andare a letto e noi, pure con il broncio, ci recavamo sotto le coperte.
Le difficoltà odierne sorgono con gli adolescenti che non riescono ad effettuare le ore di sonno utili a riposare e cominciano ad essere stanchi ed appisolati sin dalle prime ore del mattino.
Quando i ragazzi vengono erroneamente definiti “pigri” in realtà avvertono delle necessità per il loro corpo.
È stato dimostrato che la luce blu emessa dalla tecnologia moderna (telefoni, computer, tablet e TV) sconvolge i nostri ritmi circadiani e ci tiene svegli e sebbene ciò valga per persone di tutte le età, studi recenti hanno scoperto che gli adolescenti sono più colpiti rispetto alle persone di altre età.
Anche se l’invito ad andare a letto che continuano a proporre alcuni genitori viene accolto, sarebbe importante sapere con certezza cosa gli adolescenti fanno giunti nella loro stanza. Molto probabilmente guardare un film, giocare ai videogiochi o inviare messaggi agli amici: tutte attività che renderanno ancora più difficile addormentarsi in seguito.
Nel corso dell’estate, ciò non ha molta importanza in quanto la maggior parte degli adolescenti può dormire fino a tardi, ma una volta iniziato l’anno scolastico, arriva la “tempesta perfetta” di disturbi del sonno.
Le percentuali rilevate in alcune indagini condotte in USA hanno reso noto che le ore di sonno sono in forte diminuzione. Nel 2019 è stato registrato il dato del 22% degli adolescenti che hanno realmente effettuato le ore di sonno necessarie a riposare, contro il 31% del 2007.
L’intervento di uno psicologo renderebbe migliore l’acquisizione di alcune condotte che dovrebbero esser seguite da insegnanti e genitori per evitare che il problema posso raggiungere livelli più alti.
La limitazione di alcuni strumenti digitali dovrebbe essere limitata, soprattutto prima di andare a dormire.
I ragazzi dovrebbero essere incoraggiati a seguire stili di vita più “benevoli” anche attraverso l’esempio.
Ci sono passaggi che si possono avviare per incoraggiare ad un sonno migliore ed anche se prevedono un piccolo sacrificio è indispensabile comprendere che lo si fa per una vita migliore.

Riequilibrare la postura

Se leggendo i miei post sul cammino alla ricerca della serenità, si pensa che una giornata all’aperto con la fotocamera possa essere la via da percorrere, mi sento di aggiungere che è una condizione emotiva individuale caratterizzata, a livello interiore ed esteriore, da tranquillità e calma non solo apparente; un equilibrio psico-fisico che va ricercato in più aspetti della vita quotidiana.
Il lungo periodo di restrizioni, anche se condotto sufficientemente bene, è possibile che abbia creato delle influenze di squilibrio.
Alcuni amici avvertono dolori al collo, mentre altri accusano mal di schiena; in entrambi i casi uno del motivi scatenanti è da ricercare tra i nostri atteggiamenti posturali devastati da maggiori periodi di lettura, navigazione in rete, ore trascorse tra le nostre piante ed i fornelli della cucina ed altre cose simili.
Personalmente mi son dedicato inizialmente agli esercizi di respirazione che in passato ho trattato dopo una ricerca con relatore il Prof. Prestipino (Tecnica generale dell’Educazione Fisica) ed adesso mi son “trasferito” nelle mani di un Collega (Salvatore) al fine di riequilibrare la mia postura e sistemare gli squilibri muscolari che si sono generati.
Ovviamente nel rispetto della scelta dello “Slow living”, il mio impegno è di due ore settimanali alle quali sto abbinando un minore impegno in minuti a quelle attività che nel periodo di lockdown mi hanno tenuto impegnato in attività psichica (la lettura sostanzialmente).

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“Slow living”, che scelta giusta

È bello leggere in un magazine le approvazioni per lo “stile di vita lento” che ho cominciato ad assumere da qualche tempo a questa parte.
Questa lettura mi gratifica perché non sono il solo a pensarla così (anche se magari altri si aggregherebbero volentieri e non trovano le condizioni possibili per applicare questo stile di vita).
Personalmente guido l’auto soltanto se mi ritrovo senza alternative; questo è da una vita che lo faccio ed anche adesso che sono “diversamente giovane” preferisco camminare a piedi ed aumentare il numero della pause sul tragitto (partendo, ovviamente, con largo anticipo).
Mi ritrovo spesso a contemplare la natura e la sua bellezza, senza pormi il problema di correre e farmi sfuggire qualcosa di meraviglioso che l’andatura svelta potrebbe nascondermi.
È da molto che ho ridotto l’utilizzo dei social ed il telefono spesso lo lascio a casa.
Anche se sono un “divoratore” di libri, non ho mai escluso la lettura attempata che lascia qualcosa di solido nell’animo.
Se si riesce a fare questo, il cammino verso la serenità è agevole ed anche se dovessimo trovare un piccolo intoppo per strada, abbiamo stimolato a sufficienza la nostra creatività che riusciamo a trovare un modo per superarlo.

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Consideriamo la bassa autostima

Ho ridotto i post sulla didattica dal mio pensionamento. Non ho cambiato indirizzo sul mio blog, proseguirò la condivisione di ciò che ritengo utile ad altri e, ovviamente, essendo cosciente del mio distacco dal mondo della scuola, non ritengo pratici alcuni argomenti.
Ho in passato rimarcato il mio rapporto con gli alunni sulle relazioni, sull’ascolto delle loro necessità e delle loro problematiche in quanto ho sempre ritenuto la Scuola come una guida verso il futuro e nella formazione di futuri cittadini consapevoli e maturi.
In questo primo post di giugno desidero trattare l’autostima degli alunni.
Talvolta, nella mia passata esperienza professionale, gli allievi non se la sono sentita di portare a termine un lavoro. Giudicarli come negligenti non fa bene al rapporto relazionale ed alla loro crescita; la mancanza di fiducia nelle proprie competenze può portare allo stop nello svolgimento del compito assegnato ed un insegnante che intende condurre per mano il piccolo nella sua fase di crescita deve saper ascoltare (talvolta le invocazioni d’aiuto non sono verbali ma gestuali) ed osservare anche le dinamiche del gruppo/classe.
In alcuni casi la carenza di autostima viene dalla famiglia che magari tesse le lodi di un fratello/sorella più grande dimenticando le età differenti dei propri figli o le fasi di crescita diverse; a volte, soprattutto in adolescenza, conta il giudizio dei coetanei, in particolare quello degli amici, che mette al primo posto l’errore che ci ha fatto perdere la partita e l’intervento che ha generato un maggior numero di compiti.
In entrambi questi casi il minore ritiene di aver commesso un grave sbaglio e comincia ad essere insicuro finendo col concentrarsi per evitare quell’errore e commetterne altri.
È importante far comprendere ai minori che loro sono ciò che sono e non debbono ampliare i propri difetti, ma impegnarsi nell’utilizzo delle loro doti.
Negli anni della mia carriera lavorativa ho sempre affidato più compiti alternativi ai ragazzi in eccessivo sovrappeso, lodando le loro capacità ed affrontando in privato il consulto di un dietologo indicato dal medico di base.
In sintesi l’insegnante deve aiutare i giovani a sviluppare una visione realistica e positiva di se stessi riflettendo accuratamente sui propri punti di forza e di debolezza, fornire loro la possibilità di assumersi la responsabilità delle loro azioni ed invitarli ad essere orgogliosi della loro identità unica e delle loro differenze.

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