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La socializzazione

Nelle fasi di studio alcuni argomenti colpiscono maggiormente l’attenzione. Nel proseguire la mia preparazione per gli esami di sociologia generale, ho deciso di pubblicare una porzione di quanto studiato. Ciò che riporto a seguire, quindi, non rappresenta un post a carattere scientifico redatto da un professionista.

La socializzazione è il processo attraverso il quale gli individui entrano in rapporto con la società di riferimento e ne diventano membri effettivi, acquisendo i sistemi di significato e i modelli di comportamento in essa consolidati e le abilità e le competenze necessarie a svolgere molteplici ruoli sociali.
Si tratta di un processo che riveste un’importanza fondamentale sia per gli individui che per la società.
Con la socializzazione i modelli culturali vengono trasmessi tramite apprendimento e interiorizzazione.
La socializzazione viene distinta convenzionalmente in primaria e secondaria, ma ha luogo per tutto l’arco dell’esistenza dell’individuo.
Si sviluppa mediante i meccanismi psicologici dell’imitazione, dell’identificazione e del premio/punizione.
La socializzazione primaria copre in genere fino al raggiungimento dell’età scolare e costituisce la base di ogni futura forma di socializzazione. Si può definire come l’insieme di quei processi che sono volti ad assicurare la formazione delle competenze sociali di base.
Durante questa fase il bambino apprende e fa propri i modelli sociali e culturali attraverso cui percepire il mondo e organizzare i propri bisogni, apprendendo al contempo le forme di comunicazione, gli orientamenti di valore e i modelli normativi.
La socializzazione secondaria si colloca nella fase temporale successiva e prosegue per tutto l’arco del ciclo di vita. Si può definire come l’insieme di quei processi volti alla formazione delle competenze specifiche richieste dall’esercizio dei vari ruoli sociali. Si parla di socializzazione secondaria anche nel caso in cui si assimilano il linguaggio, i valori, le norme e le regole di un nuovo contesto socioculturale in età adulta.
Questa distinzione appare netta soltanto a livello concettuale, tra le due fasi in realtà non vi è una drastica soluzione di continuità e il passaggio dall’una all’altra avviene di fatto in modo graduale.
Le pratiche di socializzazione sono estremamente variabili non solo nel tempo e nello spazio, ma anche all’interno della stessa società in ogni dato momento storico.
Diverse ricerche hanno dimostrato che la collocazione di classe, la condizione professionale e la natura specifica del lavoro svolto, influenzano i valori, gli atteggiamenti e le pratiche educative dei genitori.

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Il gioco, cibo per la mente e le relazioni

Alcune ricerche etologiche e psicologiche suggeriscono che il gioco è un potente mediatore per attivare apprendimento in ogni periodo della vita.
Esso, oltre a stimolare la formazione della personalità, migliora l’integrazione sociale.
Il gioco, oltre ad essere ambito di sviluppo della creatività, mantiene vive le emozioni, la capacità intellettuale e le relazionali sociali.
Teorie psicologiche hanno cercato di spiegare la ragione che spinge l’individuo a giocare. Tra queste vanno citate:

  • La teoria di Schaller; che, nel 1861, ha ipotizzato il gioco come riposo e come ricreazione.
  • La teoria di Spencer, che, nel 1890, ha interpretato l’attività ludica come uno sfogo di energia superflua.
  • La teoria di Hall, che, nel 1902, ha cercato di ricondurre il gioco a strumento di eliminazione di tutte le funzioni ataviche superflue.
  • La teoria di Claparéde; questi, nel 1920, ha formulato l’ipotesi che il gioco possa essere un’attività efficace per soddisfare i bisogni naturali e per permettere che i desideri diventino reali.
  • La teoria di Huizinga, che, nel 1938, ha considerato il gioco come un tratto fondamentale dell’uomo.
  • La teoria di Chateau, che, nel 1950, ha interpretato il gioco come attività espressiva dello slancio vitale dell’uomo.
  • La teoria di Bertin, che, nel 1955, ha rappresentato l’attività ludica come sfera dell’avventura estetica.

I sociologi contemporanei hanno visto nell’atteggiamento ludico anche un fenomeno capace di far evolvere la collettività nel senso della socializzazione.
Il “bisogno di giocare” permane nell’adulto manifestandosi con modalità e in misure diverse e trasformando le possibilità simboliche in attività creative di scrittura, sportive, musicali, artistiche e rispondendo alla voglia di confrontarsi e di mettersi alla prova sospendendo le conseguenze delle azioni, attraverso la cosiddetta “funzione di moratoria del gioco”. (Bruner J. e al.)
Il gioco è basilare per crescere anche quando si è cresciuti. Giocare e mettersi in gioco fa ritrovare la nostra vera anima, permette di ritrovarsi nell’intimo, aiuta ad allentare le tensioni, fa sentire vivi e pulsanti. È importante continuare a giocare, a qualunque età, per rilassarsi e per stare con gli altri.
Chissà se dopo questo post convincerò altri “adulti” a riprendere a giocare.