8 marzo, Giornata Internazionale dei Diritti della Donna

La Giornata internazionale dei diritti della donna ricorre l’8 marzo di ogni anno per ricordare sia le conquiste sociali, economiche e politiche, sia le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in molte parti del mondo.
Ha origine dei movimenti femminili politici di rivendicazione dei diritti delle donne di inizio Novecento, in particolare da una tragedia accaduta nel 1908, nella quale trovarono la morte alcune operaie di un’industria tessile di New York, perite nell’incendio del luogo di lavoro.
Alle Donne auguro che questa giornata non si limiti alla celebrazione di un genere promuovendo una separazione fine a sé stessa, ma ci faccia riflettere e prendere coscienza per poter arrivare nel più breve tempo possibile ad una società inclusiva che promuova una crescita sostenibile per tutti.
A corredo del post lo scatto di Olya Kobruseva di libero utilizzo su Pexels.

I podcast del Mudec

Comincerà domani lunedì 8 marzo, in occasione della Festa della Donna, il nuovo modo di fruire l’arte ascoltandola.
Il Museo delle Culture, infatti, avvia il proprio canale podcast con serie originali, che racconteranno appassionanti prospettive sull’arte, la fotografia, l’etnografia e le nuove idee del mondo artistico contemporaneo.
Lo sviluppo della cultura non consiste nell’ammirare le opere, nel nostro caso le fotografie, seguire una storia che traccia, come nel caso del primo ciclo di biografie delle grandi protagoniste che hanno cambiato la storia della fotografia, le loro personalità, la loro determinazione ed il loro talento, attraverso il racconto del curatore e critico d’arte Nicolas Ballario, è un modo per “tuffarsi” in un mondo pieno di riflessioni e di conoscenze nuove.
Mudec Podcast è disponibile su tutte le principali piattaforme podcast presenti in rete.

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E siamo a dieci

Sarà diffuso domani il decimo quaderno di appunti nel gruppo di studio della fotografia. Previsto per metà marzo è stato anticipato anche in questo mese di qualche giorno.
In questo numero il mio editoriale sul mio morale; da insegnante, infatti, ho sempre sostenuto che la teoria è importante, ma se non si riesce a portarla in pratica diventa inutile.
Questi sono i limiti che si è costretti ad affrontare nel progetto “Appunti di studio” che, pur basandosi sulla teoria, prevedeva non solo un confronto che abbiamo messo in pratica con i salotti, approfondimenti attuati con i podcast, ma senza particolari uscite ad eccezione di quella di novembre fatta nei dintorni solo perché trascinati dal desiderio di tornare a muoversi con la fotocamera.
In questo numero alcuni punti conclusivi sul bianco e nero, argomento oggetto dei tre ultimi podcast.
A corredo del post la copertina del quaderno in forma ridotta con lo scatto di Adele Ferrara in primo piano e una foto mia ed una di Nicola Vaiana a corredo.

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Le quattro stagioni di Manuel Chiacchiararelli

Quando di parla di 4 stagioni il primo pensiero va ai primi quattro concerti solistici per violino dell’opera Il cimento dell’armonia e dell’invenzione di Antonio Vivaldi.
Da fotoamatore ho preso in considerazione le stagioni meteorologiche e quelle astronomiche, considerando anche gli aspetti di chi esce per scattare delle foto e le condizioni meteo che potranno influire sul prodotto ottenuto e sulla sicurezza da tenere in considerazione prima di avventurarsi al buio.
Dal punto di vista strettamente fotografico avevo scelto un luogo piacevole nel quale sviluppare il mio progetto di 4 stagioni ed avevo le idee chiare su cosa ottenere.
La sorpresa, prima della pandemia, è stato il quantitativo di neve che non ha permesso la circolazione, quando è stata sistemata la viabilità, non è stato possibile per gli impegni. Così l’idea è rimasta nel cassetto.
Ieri con enorme piacere ho visto gli scatti di Manuel Chiacchiararelli, che sono nell’immagine a corredo del post e visibili sul suo blog che raccolgono le differenze di colori dello stesso luogo.

Mi son lasciato catturare dai “Luoghi”

Mi son lasciato prendere dalla lettura di “Luoghi dell’Infinito”.
In questo numero di marzo 2021, il n°259, un modo piacevole per conoscere meglio San Giuseppe, un padre santo per gli artisti.
Comprato ieri e sono già immerso nella lettura, lo consiglio.
A corredo del post la copertina del magazine sul divano di casa (ormai divenuto il mio sfondo preferito per gli scatti che accompagnano i miei post).

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Non mi è chiaro … “che minchia fai?”

Anche se il titolo del post sembra offensivo e aggressivo, vuol solo essere uno stimolo a comprendere come si trascorre la giornata.
Giusto nel periodo della pandemia, in molti si lamentano che il tempo nel corso della giornata non basti mai.
Amministrare il tempo non significa portare a termine qualsiasi cosa, ma significa ottenere il tempo per fare quello che conta di più per noi. Si tratta più di una gestione di sé che una gestione del tempo ed è una competenza rilevante per migliorare la qualità della vita.
In primis amministrare il tempo non significa lavorare extra, andando a dormire all’alba per riuscire a terminare le cose. È necessario conoscere i propri punti di debolezza e “limarli”.
Personalmente cerco di trovare un po’ di spazio per ciò che debbo fare ed organizzarmi per svolgerlo per dare valore al tempo a disposizione.
Ho rimosso l’utilizzo dei social e quello del cellulare e faccio partire la mia giornata con una “fase di programmazione” silenziosa e riflessiva, tendendo a focalizzare l’attenzione su ciò che conta davvero.
Così facendo ho migliorato da tempo la qualità del sonno, riesco ad avere più tempo libero, ho ridotto il tempo sprecato e sto trovando giovamento alla salute.
Ecco spiegato il “che minchia fai?” del titolo: mi sto solo chiedendo perché in tanti si danneggiano la salute per correre sempre e non concludere molto.
La foto a corredo del post è stata scattata dalla californiana Anne McCarthy ed è di libero utilizzo su Pexels.

È solo uno sproloquio di inizio mese

A metà febbraio ho confessato pubblicamente sul mio blog che conviene rimanere in silenzio ed è ciò che ho fatto nell’ultimo periodo.
Adesso riprendo a scrivere, anche se non è cambiato nulla in particolare, ma un post di una blogger mi ha spinto a farlo. Mi scuserà se non inserisco il link, ma non desidero coinvolgerla in questo “sproloquio” di inizio mese, ma comprenderà, ove leggesse, questo post.
Lei tratta la sua “depressione”, il calo di rendimento negli studi e nella vita sociale.
Ovviamente non sto qui a trattare quanto da lei scritto nel suo blog, ma mi pongo un quesito: “la depressione sta diventando la normalità?
Me lo chiedo perché tra i blog che visito nelle mie navigazioni, leggo argomenti simili.
La depressione è un disturbo che sta prendendo piede tra la popolazione con una diffusione tra le donne. Generalmente si manifesta con una marcata tristezza quasi quotidiana accompagnata dalla mancanza di piacere nelle attività precedentemente svolte. Si osserva la propria vita e tutto appare come un fallimento, un susseguirsi di sconfitte di cui spesso ci si sente colpevoli, oppure si è convinti che la colpa sia degli altri, ci si sente arrabbiati con tutto e tutti e si arriva a farsi terra bruciata intorno.
La depressione, in effetti, è una condizione psicologica che può esprimersi con una sintomatologia molto diversa non solo da persona a persona, ma anche con sintomi diversi in differenti fasi della vita.
Personalmente, anche se non ho nessuna intenzione di contestare i dati che si fermano al 15% della popolazione (che a me sembra abbastanza alto), credo che ci sia poca preparazione tra le persone che prendono le decisioni e tendono a sottovalutare il disturbo.
Faccio un esempio (sottolineo che è un esempio per evitare le contestazioni): Se in una scuola di millequattrocento alunni, una ventina di persone del personale ATA e circa centocinquanta insegnanti, se dovesse essere assegnata un giovane psicologa con un monte ore di trenta, alle cinquantadue persone di età differente che dovrebbero rappresentare il 15% (perdonate i miei calcoli, non sono mai stato bravo in matematica) potrebbero essere dedicati 28 minuti ciascuno in un’unica seduta (senza nessuna pausa).
A cosa serve?
Lo avevo detto all’inizio, è solo uno sproloquio di inizio mese.

Sempre sul bianco e nero

In questo ultimo periodo, forse spinti dalle copertine di diversi magazine del settore, nel gruppo di fotoamatori sorto per discutere del nostro hobby in questo periodo prolungato di pandemia, si è parlato di bianco e nero.
Come espresso in un post precedente non molto lontano nel tempo, il B&N mi piace quando espresso da fotografi in gamba ed è una delusione vedere alcuni scatti soltanto privati del colore, senza quelle linee che guidano l’occhio di chi le ammira e con l’assenza di forme che dovrebbero gareggiare fra loro.
Ma anche scegliere i momenti giusti per usarlo dovrebbe essere la chiave, enfatizzando ciò che si vuole mostrare nell’argomento, senza mai mascherare i difetti di una composizione. La semplicità dovrebbe essere una spinta trainante per chi osserva, considerando lo scatto privo del colore che può distogliere l’attenzione.
L’interesse dello spettatore si deve concentrare sulla forma e sul contrasto di un’immagine, quindi per molti versi la composizione diventa ancora più impegnativa.
In passato i fotografi hanno conosciuto la necessità di “vedere in bianco e nero”, adesso le fotocamere digitali lo rendono più facile, ma soltanto se la propria fotocamera ha una modalità monocromatica si può vedere in tempo reale cosa funziona e cosa no.
Personalmente non scatto tanto in B&N anche se apprezzo alcuni scatti di questo genere dei fotoamatori amici, quindi colgo l’occasione per arricchire la conoscenza.
Vista sul lago in bianco e nero” è il mio scatto scelto per corredare questo post.

Podcast con Adele Ferrara

Una chiacchierata con Adele Ferrara, admin del gruppo “Global B&W”, conclude un piccolo ciclo di podcast sul bianco e nero nel gruppo “Appunti di studio sulla fotografia”.
Nel canale telegram del gruppo si parlerà del piacere di fotografare in bianco e nero in un momento in cui gli scatti sui social sono densi di colore e talvolta privi di contenuti.

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Telegram, per me va bene così

Fa piacere che in molti stanno attivando un canale podcast sulla fotografia. È una risposta a coloro che appena abbiamo attivato il canale su Telegram hanno sostenuto che non si può trattare questa argomento in forma audio.
Ovviamente non vado a trattare i contenuti dei nostri appunti in questo post, ma soltanto lo strumento che a me è sembrato rispondente allo sviluppo culturale i contenuti audio da ascoltare dove e quando si vuole.
Ho scelto Telegram perché punta sulla velocità e tiene al sicuro i contenuti privati.
È multi piattaforma e la versione desktop funziona anche se il telefono è scarico; è inoltre basato su un sistema di cifratura molto complesso.
Ovvio che se si dovessero trovare difficoltà in itinere potremo cambiare, ma per adesso va bene così.